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Le ombre del mercato umano: l’intelligence anti-tratta e il traffico di spose in Asia

In questa e-mail settimanale voglio parlarvi dell operato di alcune associazioni , come la Anti-Human Trafficking Intelligence Initiative a Dark Watch Company di cui trovate la pagina anche qui su Linkedin – la tratta di esseri umani nel 2025 è piu’che mai presente …..e purtroppo non ce ne accorgiamo ……


C’è un filo sottile, quasi impercettibile, che unisce i porti del Mekong alle metropoli europee, i villaggi rurali cinesi alle strade digitali del dark web. È il filo della tratta di esseri umani: la più antica delle schiavitù, rinata in forme moderne e tecnologiche. Secondo le Nazioni Unite, più di ventisette milioni di persone vivono oggi in condizioni di sfruttamento o coercizione, spesso invisibili, inghiottite da economie parallele che muovono centinaia di miliardi di dollari l’anno. L’Interpol stima che almeno il settanta per cento delle vittime siano donne e minori, e che i flussi migratori – legali e illegali – rappresentino uno dei principali canali di reclutamento per le reti criminali transnazionali.


In questo scenario complesso e mutevole, l’intelligence anti-tratta emerge come un fronte silenzioso ma determinante. È un’intelligence fatta di volti anonimi, di agenti sotto copertura, di analisti che incrociano dati e segnali, di esperti OSINT e HUMINT che imparano a leggere le tracce digitali lasciate nei marketplace clandestini o nei forum matrimoniali sospetti. Il loro compito non è solo salvare, ma anche comprendere. Dietro ogni operazione di salvataggio, dietro ogni volto liberato, si nasconde una rete criminale sofisticata e, più in profondità, una ferita sociale che si riapre: quella della povertà, della discriminazione e del bisogno.


Negli ultimi anni, la cooperazione internazionale è divenuta cruciale. Europol, Interpol, l’Office on Drugs and Crime delle Nazioni Unite e le unità investigative digitali di diversi Paesi lavorano fianco a fianco, scambiando informazioni, elaborando profili di rischio, tracciando criptovalute e movimenti bancari sospetti. L’uso delle tecnologie OSINT – open source intelligence – consente di individuare annunci online e reti di reclutamento digitali che, dietro la facciata di agenzie matrimoniali o d’impiego, celano vere e proprie centrali di tratta. L’intelligence moderna, in questo campo, è un mosaico di informazioni raccolte tra il web e il mondo fisico, tra la sorveglianza elettronica e il lavoro sul campo.


Era il 2023 quando un’indagine congiunta tra Interpol e polizia vietnamita scoperchiò una realtà che molti fingevano di non vedere. Dietro le statistiche, c’erano ragazze vere, più di duecento, strappate ai villaggi del Vietnam e della Cambogia e avviate al mercato matrimoniale cinese. Non fu un blitz spettacolare, ma una lunga operazione fatta di pazienza e di ascolto: mesi passati a seguire tracce digitali, confini attraversati di notte, conversazioni tradotte parola per parola. Le donne venivano reclutate con la promessa di un lavoro, poi instradate lungo un percorso che toccava il Laos e lo Yunnan, fino a finire nelle mani di famiglie disposte a pagare per ciò che mancava loro: una moglie. Tutto viaggiava su canali cifrati, criptovalute e app di incontri. Alla fine restava solo una domanda sospesa: quanto vale, oggi, la libertà di una persona quando il mondo intero è disposto a voltarsi dall’altra parte?


Le rotte della tratta sono come vene oscure nel corpo globalizzato del XXI secolo. Dall’Africa occidentale all’Europa mediterranea, dal Sud-est asiatico alla Cina, dall’America Latina agli Stati Uniti: ogni area ha la sua configurazione, i suoi intermediari, i suoi codici linguistici. Oggi la frontiera più inquietante è quella digitale. Le piattaforme sociali e i siti di annunci matrimoniali sono diventati strumenti di reclutamento. Giovani donne, spesso provenienti da contesti di povertà estrema, vengono adescate con promesse di lavoro o di matrimonio, convinte di partire per una nuova vita. Quando arrivano a destinazione, scoprono che quella vita non è loro, ma appartiene a chi le ha comprate.


Le radici di questo squilibrio affondano nella storia recente della Cina. La politica del figlio unico, introdotta alla fine degli anni Settanta e rimasta in vigore per oltre tre decenni, ha lasciato una ferita che ancora oggi fatica a rimarginarsi. Intere generazioni sono cresciute dentro un’idea distorta di equilibrio familiare, dove il maschio era un investimento e la femmina, troppo spesso, un peso. Così, lentamente, il Paese si è ritrovato con milioni di uomini in più e un silenzio pesante intorno al tema. Nelle campagne, dove le tradizioni sono più radicate e le donne giovani sempre più rare, molti uomini restano soli, ai margini, in un’attesa che non è solo sentimentale ma sociale. È in quella solitudine che il mercato trova spazio per insinuarsi.


In questo vuoto demografico è nato un commercio. Le donne arrivano da Vietnam, Myanmar, Cambogia, Corea del Nord e, più recentemente, da paesi africani come Uganda o Kenya. I broker internazionali, spesso sotto la copertura di agenzie matrimoniali, organizzano viaggi e contratti di “unione” che in realtà nascondono compravendite. Le famiglie pagano cifre che variano dai cinquemila ai quindicimila dollari per ottenere una sposa straniera, mentre le vittime – una volta arrivate – si trovano private dei documenti, isolate, sottoposte a violenze e gravidanze forzate.


I casi documentati da Human Rights Watch e dal Global Initiative Against Transnational Organized Crime descrivono un sistema ben strutturato, con intermediari locali e connivenze istituzionali. Le autorità cinesi, pur riconoscendo il problema, incontrano limiti operativi evidenti: le operazioni di intelligence internazionale sul territorio cinese sono fortemente controllate, e la cooperazione con le agenzie estere è limitata da vincoli politici e normativi. Molte indagini si fermano alle frontiere, lasciando le vittime prigioniere in zone rurali dove la legge arriva a fatica.


Dietro ogni statistica, però, c’è un volto. Una voce che racconta la paura, la perdita dell’identità, la frattura psicologica che la coercizione infligge. Gli psicologi forensi parlano di traumi complessi, di dissonanze cognitive generate dalla simultanea dipendenza e paura verso i propri aguzzini. Il percorso di reinserimento è lungo, spesso ostacolato dallo stigma sociale. Molte donne, anche dopo la liberazione, non vengono accettate dalle proprie comunità d’origine. Alcune scelgono di restare nei paesi dove sono state sfruttate, altre cercano rifugio in centri di recupero gestiti da ONG internazionali, dove la terapia psicologica si intreccia con la formazione professionale e l’assistenza legale.


Un’indagine dell’International Organization for Migration (IOM) del 2024 ha mostrato che oltre il sessanta per cento delle vittime di tratta reinserite subisce forme di discriminazione anche dopo il ritorno a casa. È come se la libertà riconquistata avesse un prezzo, e quel prezzo fosse la memoria indelebile del trauma. Gli operatori forensi, in questo senso, svolgono un ruolo decisivo: non solo raccolgono testimonianze per i processi giudiziari, ma costruiscono ponti di fiducia tra la vittima e lo Stato, tra il silenzio e la parola.


Chi lavora nei laboratori di digital forensics lo sa: dietro ogni telefono sequestrato c’è una storia che chiede di essere capita. Gli esperti passano ore a scorrere chat, fotografie, coordinate GPS, come se cercassero di ricomporre il profilo invisibile di una vita interrotta. Gli investigatori finanziari, invece, seguono il filo del denaro — criptovalute, wallet, transazioni che rimbalzano da un continente all’altro. È un lavoro che sembra tecnico, ma non lo è mai davvero: serve intuito, sensibilità, la capacità di riconoscere un dettaglio che sfugge alle macchine. Gli algoritmi aiutano, certo: imparano a leggere schemi di comunicazione, immagini ripetute, segnali di adescamento sui social. Ma alla fine è sempre uno sguardo umano a dare un senso a quei dati. Perché i numeri, da soli, non sanno distinguere la paura dal desiderio di tornare liberi.


Oggi la cooperazione internazionale prova a rincorrere un fenomeno che cambia pelle di continuo. Le reti criminali si muovono come organismi vivi, si adattano, sfruttano ogni vulnerabilità economica e culturale. L’intelligence cerca di stare al passo, di capire, di anticipare. Ma non basta reprimere, non basta punire: serve imparare ad ascoltare ciò che queste storie ci dicono.Il traffico di spose in Asia, nella sua crudeltà, ci obbliga a guardarci allo specchio come comunità globale. È lo specchio di un disequilibrio demografico, ma anche morale. Forse la vera sfida è tutta qui: non tanto nel colpire i colpevoli, quanto nel restituire un futuro e una voce a chi è stato ridotto al silenzio. Diritto, tecnologia e compassione dovrebbero avanzare insieme — non come strumenti, ma come gesti di una stessa responsabilità condivisa.


Alla fine, resta una domanda, semplice e vertiginosa insieme: non è solo una questione di leggi o di confini, ma di coscienza. Quanto vale davvero la dignità di una persona, se una società intera può convincersi che possa essere messa in vendita?E forse è proprio qui che la lotta alla tratta trova il suo significato più profondo: nel ricordare, ogni volta, che dietro le sigle, gli algoritmi, i dossier internazionali ci sono persone in carne e ossa. Storie che non dovrebbero mai finire nei margini oscuri del web o dei porti dimenticati. Immaginare un mondo senza questo mercato umano non è utopia — è un atto di memoria collettiva. Perché dimenticare sarebbe, in fondo, un modo diverso di permettere che accada di nuovo.


Spunti di discussione

Forse le domande più urgenti non riguardano più soltanto l’efficacia delle operazioni di intelligence, ma il senso profondo del nostro impegno collettivo. Cosa significa, oggi, difendere la dignità umana in un mondo dove la tecnologia può essere usata sia per liberare che per soggiogare? Quanto vale la libertà, se restiamo indifferenti a chi la perde nell’ombra dei network criminali?


E soprattutto: quale responsabilità hanno i professionisti dell’informatica forense, gli analisti OSINT, gli esperti di cybersecurity, di fronte a questo mercato oscuro? Forse proprio la loro competenza può diventare un atto di solidarietà concreta, un modo per restituire visibilità a chi è stato cancellato. Molte organizzazioni internazionali e ONG collaborano oggi con gruppi di esperti digitali per rintracciare persone scomparse, decifrare tracce online, smascherare reti di reclutamento. Io quando ho tempo mi presto a questa attivita di “volontariato” offrire tempo, strumenti o conoscenza significa contribuire a un’intelligence etica, al servizio della vita.


Perché, in fondo, la domanda più importante resta questa: se la tecnologia può connetterci, perché non usarla per riportare a casa chi è stato strappato al mondo?


Yuri Lucarini Informatico Forense – Criminologo


Fonti per approfondimento:

 – United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), Global Report on Trafficking in Persons 2024 – https://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/glotip.html

– Interpol, Human Trafficking and Smuggling of Migrants – https://www.interpol.int/en/Crimes/Human-trafficking

– Human Rights Watch, “Give Us a Baby and We’ll Let You Go”: Trafficking of Kachin Women and Girls from Myanmar to China (2023) – https://www.hrw.org

– Global Initiative Against Transnational Organized Crime, Human Trafficking in East and Southeast Asia (2024) – https://globalinitiative.net

– International Organization for Migration (IOM), Returning and Reintegrating Victims of Trafficking: Challenges and Promising Practices (2024) – https://www.iom.int

 


 
 
 

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