Sequestro probatorio e dati digitali: la Cassazione detta i confini della proporzionalità
- yurilucarini
- 3 giorni fa
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La Cassazione penale, Sezione II, con la sentenza n. 33657 depositata il 13 ottobre 2025, ha tracciato un solco importante nel modo in cui il sistema giudiziario deve guardare ai sequestri probatori di dispositivi informatici e telematici.Un passaggio che segna, di fatto, un cambio di mentalità: non basta più prendere tutto e analizzare in seguito. Serve metodo, trasparenza e rispetto dei diritti.
Negli ultimi anni il sequestro di smartphone, computer o cloud è diventato un passaggio quasi automatico nelle indagini penali. Ma dietro la semplicità apparente di una copia forense completa, si nasconde una complessità che tocca valori profondi: la privacy, la proporzionalità, la libertà personale.La Cassazione ha voluto riportare equilibrio tra la necessità investigativa e la tutela della sfera digitale dell’individuo.
Cosa dice la sentenza
La Corte stabilisce che il decreto del Pubblico Ministero che dispone un sequestro deve essere specificamente motivato.Non può limitarsi a una formula generica come “si dispone il sequestro del telefono dell’indagato per acquisire elementi di prova”, ma deve spiegare con chiarezza:
Perché serve un sequestro esteso o totale: cioè perché non è sufficiente una copia parziale o mirata.
Quali informazioni si cercano: chat, email, fotografie, registrazioni, note o file di determinati tipi.
Quali criteri guideranno la selezione dei dati: parole chiave, nomi, argomenti, cartelle, applicazioni.
Quale arco temporale si ritiene rilevante: ad esempio, se il fatto risale a gennaio 2024, occorre motivare l’eventuale analisi di dati precedenti o successivi.
Quali tempi saranno necessari per la selezione e quando sarà restituito il materiale non utile, compresa la copia forense.
In sintesi, la Cassazione chiede che il decreto sia uno strumento di garanzia, non un lasciapassare per acquisizioni indiscriminate.
Il principio di proporzionalità
La decisione si fonda sul principio cardine di proporzionalità della misura probatoria.Ogni sequestro, soprattutto se riguarda un dispositivo digitale, deve limitarsi a ciò che è davvero necessario all’indagine.Il contenuto di uno smartphone oggi equivale a un’intera vita: conversazioni, immagini private, referti medici, app di salute, spostamenti.La sua analisi completa, senza limiti, diventa una forma di intrusione generalizzata che travalica lo scopo del processo.
La Corte richiama dunque la responsabilità del Pubblico Ministero nel delimitare con precisione l’ambito dell’acquisizione, così da consentire anche alla difesa di esercitare un controllo effettivo e consapevole.La trasparenza non è un ostacolo alle indagini: è la condizione che ne legittima i risultati.
Quando il sequestro diventa illegittimo
Se il decreto non contiene queste motivazioni, la conseguenza è chiara:il sequestro è nullo e va annullato.Il dispositivo deve essere restituito, così come la copia forense eventualmente già estratta.
La Cassazione non si ferma quindi alla restituzione materiale del bene, ma estende la tutela alla replica digitale dei dati, riconoscendo che anch’essa può contenere elementi sensibili e irrilevanti ai fini processuali.È un passaggio di grande rilievo: per la prima volta si mette sullo stesso piano la proprietà fisica del dispositivo e la proprietà informativa dei dati.
Le implicazioni per chi opera nel digitale
Questa pronuncia è destinata a incidere profondamente sulle modalità operative di Polizia Giudiziaria, consulenti tecnici e periti forensi.Non sarà più possibile procedere a sequestri “a strascico”, con acquisizioni massive da analizzare in seguito.Sarà necessario pianificare ogni fase — dalla selezione iniziale alle modalità di estrazione — documentando le scelte con rigore e coerenza.
Per chi si occupa di informatica forense, la sentenza rappresenta un riconoscimento implicito del metodo tecnico fondato sui principi delle norme ISO/IEC 27037 e 27042: identificazione, preservazione, raccolta e analisi dei dati digitali secondo criteri di tracciabilità e ripetibilità.
Ogni passaggio, dal momento della copia alla successiva selezione, deve poter essere spiegato e verificato, anche in udienza.È la differenza tra un’indagine tecnicamente solida e una raccolta dati priva di valore probatorio.
Quando la tecnologia incontra il diritto: verso un nuovo equilibrio
Il messaggio della Cassazione è chiaro: la tecnologia non può essere usata come un alibi per comprimere i diritti.Il fatto che un dispositivo contenga una grande quantità di dati non giustifica di per sé un sequestro “onnicomprensivo”.Al contrario, proprio la vastità e la delicatezza delle informazioni digitali impongono un approccio mirato, rispettoso e documentato.
Nel mondo forense, questo si traduce in un cambio di paradigma:non più acquisire “tutto per non sbagliare”, ma acquisire solo ciò che serve, sapendo come e perché lo si fa.
La metodologia come garanzia
Dietro ogni sequestro digitale c’è una catena di responsabilità:
il Pubblico Ministero, che ne dispone la misura e deve motivarla in modo puntuale;
la Polizia Giudiziaria, che esegue l’operazione seguendo criteri tecnici verificabili;
i consulenti forensi, che assicurano la corretta gestione e conservazione dei dati;
la difesa, che deve poter esercitare un controllo effettivo sulle modalità di acquisizione.
Tutti gli attori del processo, quindi, sono chiamati a un livello di precisione più alto.L’acquisizione non è più un atto meramente tecnico, ma diventa un momento di equilibrio tra scienza e diritto, tra esigenza investigativa e tutela delle libertà fondamentali.
Questo significa che in ogni decreto di sequestro e successiva attività forense devono essere esplicitati:
i criteri di ricerca (parole chiave, app di interesse, tipologia di dati);
la perimetrazione temporale (periodo oggetto di indagine, eventuali estensioni motivate);
i tempi di analisi e restituzione;
la documentazione di supporto (verbali, log tecnici, hash dei file, report di selezione).
Un impianto metodologico, insomma, che trasforma la tecnica in garanzia giuridica.
La tutela della persona nell’era digitale
La decisione della Cassazione riconosce un principio che va oltre il processo penale:nel mondo digitale, la sfera privata non coincide più con lo spazio fisico, ma con i dati che ci rappresentano.
Uno smartphone contiene la memoria delle relazioni, delle abitudini, delle fragilità di una persona.Un sequestro indiscriminato di quei dati può produrre effetti più invasivi di una perquisizione domiciliare.
La Corte, con questa pronuncia, restituisce dignità a quella che potremmo chiamare la “privacy sostanziale”: la consapevolezza che i dati personali non sono meri oggetti di indagine, ma frammenti di identità che meritano protezione anche nel momento in cui diventano prova.
Implicazioni pratiche per avvocati e consulenti
Per la difesa, questa sentenza apre spazi di intervento concreti.In presenza di decreti generici, sarà possibile eccepire la nullità del sequestro, chiedendo:
l’annullamento del provvedimento;
la restituzione del dispositivo;
la cancellazione o restituzione della copia forense dei dati non pertinenti.
Per il consulente tecnico (CTP), significa poter richiedere al Pubblico Ministero o alla Polizia Giudiziaria:
la condivisione dei criteri di selezione adottati;
l’accesso alla documentazione di estrazione e filtraggio dei dati;
la possibilità di verificare la corrispondenza tra quanto autorizzato e quanto effettivamente acquisito.
Questo consente una difesa più consapevole e fondata sul metodo, non soltanto sulla contestazione generica della misura.
Un passo verso la maturità digitale della giustizia
La sentenza n. 33657/2025 segna una tappa di maturità per la giustizia penale italiana.Non nega l’importanza della prova digitale, ma ne definisce i confini legittimi.Riconosce che l’indagine digitale, per essere efficace e valida, deve essere anche eticamente e giuridicamente sostenibile.
In un’epoca in cui la tecnologia tende a espandere i confini dell’indagine, la Cassazione ricorda che il diritto serve proprio a porre limiti: non per frenare la verità, ma per garantirne la credibilità e la giustizia.
Il sequestro probatorio nel mondo digitale non è più un atto puramente investigativo:è un delicato esercizio di equilibrio tra potere e garanzia.La Cassazione, con questa pronuncia, ci ricorda che la prova tecnologica non può nascere da un abuso tecnologico.
Per avvocati, magistrati e consulenti forensi, questa sentenza è un invito a lavorare con maggiore rigore e consapevolezza.Dietro ogni copia forense c’è una scelta giuridica, tecnica e umana.E solo chi sa rispettarle tutte può davvero parlare di verità processuale.
Yuri Lucarini Informatico Forense - Criminologo
📚 Fonti e riferimenti
Corte di Cassazione, Sezione II Penale, Sentenza n. 33657 del 13 ottobre 2025
(in tema di sequestro probatorio di dispositivi informatici e telematici).
Codice di Procedura Penale, artt. 253, 254, 259, 360 c.p.p.
Costituzione italiana, artt. 14 e 15 (libertà personale e segretezza delle comunicazioni).
ISO/IEC 27037:2012 – Guidelines for identification, collection, acquisition and preservation of digital evidence.
ISO/IEC 27042:2015 – Analysis and interpretation of digital evidence.
G. Ziccardi, “La prova digitale nel processo penale”, Giuffrè Editore.
Provv. Garante Privacy 2024 – Linee guida su trattamento e conservazione dei dati digitali in ambito penale.






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